Mattia Vernocchi • Residui

7 dicembre 2019 - 5 gennaio 2020

Più della pittura e della scultura, la ceramica coinvolge le potenzialità conoscitive del corpo. Plasmare è pensare con i polpastrelli, indagare con l’affondo delle dita nell’argilla, contemplare con le braccia che sostengono e orchestrano un microcosmo.
Ma questo confronto corpo a corpo per Mattia Vernocchi è stigmatizzato da un concetto, è segnato da una constatazione di un presente scabro e industriale che rende più astratto e concettuale ciò che è antico, arcaico, primordiale, originario.
L’imagery dell’artista è crocifissa a reti intessute di ferro e profilati di metallo, gli oggetti non sono semplicemente dati, o raccolti, ma ripensati.

Vernocchi ricostruisce letti abbandonati, popola gabbie nude, edifica ruvide nicchie che assomigliano a fogli accartocciati, trasforma in canto i residui, li solleva in una dimensione di sogno lucido, per gettare uno sguardo oltre la desolazione in cui ogni cosa è sospesa senza più senso.