Oscar Dominguez • Detrás de los pasos

9 aprile 2016 - 8 maggio 2016

"La prima volta che ho visto un'opera di Oscar Dominguez è stato a Brisighella, qualche anno fa: si trattava di un'installazione diffusa nel paese, e nel paesaggio; una mappa abbastanza misteriosa che aveva come strategia e meccanismo quella di costringere lo spettatore, visitatore consapevole o meno, poco importa, a spostare il punto di vista e camminare, nel tentativo di cercare e incontrare altri segni che gli permettessero di congiungere i punti sparsi e completare così la visione, chiudendo infine circolarmente il percorso. Stelle composte di rami come cristalli perfetti, code e scie filamentose di comete, caleidoscopici disegni di ghiaccio fossile neroverdemarrone, simmetrici e croccanti ammassi polverosi del deserto del Sonora, ammassi ingarbugliati potenzialmente rotolanti ma in stasi, fermi per un momento e come schierati. Dormienti. O magicamente sospesi e irraggianti sopra le nostre teste a sfiorare appena i muri in incastri precisi ed esatti. Mobile, architetture effimere che sembravano il frutto di un dialogo sapiente tra uomo e natura, forma cresciuta e sviluppatasi nel tempo, affinata e stratificata, fatta di innesti, aggiustamenti e intrecci pazienti. La sfera: ora palla, ruota, masso di Sisifo, uovo. Cellula e nucleo. Condensazioni e dialogo tra mondi. Paesaggio quindi, almeno come lo è il paesaggio italiano, nessuna natura selvaggia o sconfinata, la mano dell'uomo sempre (ma forse è l'idea stessa di paesaggio che non può esistere e fare a meno dello sguardo, della finestra o cornice che lo inquadra selezionando e imponendo ordine, anche inconsapevolmente). Poi, salendo gradini e sentieri che si inerpicano sulla collina, lontana, una distesa di piastrelle in varianti bianco rosa biscotto, leggermente sormontate a creare una forma incongruente adagiata nel panorama, a pettinare crinale e vallata come la schiena di un animale corazzato, disteso e affiorante, con andamento orientato di erba mossa dal vento: un crollo morbido, un cretto, eco di terremoto distante su costruzione a secco, fragile castello di carte. Effetto domino; caduta ordinata e guidata. Anamorfosi, cerchio o ellisse, a seconda del nostro punto di osservazione. I materiali niente affatto tecnologici o, per certi versi, i più tecnologici possibile, economici resistenti, superanti i tempi, anzi, forgiati dal tempo, e dall'uomo; materie sempre antiche, tramandate e toccate da una processione e sequenza ininterrotta di infinite mani e pensieri che li hanno plasmati e che da questi materiali sono stati plasmati a loro volta: legno, ferro, terra, pietra. Un alfabeto. Un condensato densissimo di storie e memorie. Il fuoco a piegarle, trasformarle e riplasmarle ancora. Una sapienza artigiana che affiora e innerva queste sculture, sempre, e che sembra in grado di alleggerire la fatica della scultura. Poi anfore e altre forme rotonde, il concavo e il convesso, curve di terra atte a contenere. La superficie porosa, piccole screpolature calde e sensuali al tatto, fiumi e vallate, montagne e canyon, geografie sulla pelle delle cose. L'imperfezione impercettibile del respiro. Il caldo e il freddo. L'innesto del ferro e legno come a permettere di cucire e tenere insieme mondi e regni, a costruire strumenti che possono, talvolta, sembrare aver perso una funzione precisa, ma questa è forse solo una volontà dell'autore di non descrivere e chiudere le infinite narrazioni e storie che queste materie e tecniche portano con se, suggerendo ed evocando al posto del troppo dire: vasi e commerci e scambi, navi, olio e vino, spezie; lance e dardi, fulmini, bilance e meridiane, acqua raccolta, vele, simboli quasi muti e silenti. Pronti a risvegliarsi nell'oscillazione e movimento silenzioso. Lentezza che costringe a rallentare il battito predisponendoci alla contemplazione. Un giardino. La gravità e il peso duraturo delle cose insieme alla leggerezza sottile che tende al cielo innalzando la verticale, segno divino sempre. E poi, come in un improbabile ma efficace restauro, il legno e il ferro a colmare e saldare le ferite della terra, a contenere la spaccatura. E ora, procedendo per contrasti e visioni, le strutture aeree, sospese e galleggianti fatte con le potature di vite o altri sarmenti, materia prima della campagna romagnola, terra d'adozione di Oscar, paesaggio questo decisamente più docile e addomesticato. Quasi un'industria talvolta. Un tentativo di restituzione forse, questo può fare la scultura mettendosi in ascolto dei materiali. Così, nascono giganteschi nidi, affascinanti ragnatele cresciute in una notte, complessi letti nuziali o rituali di corteggiamento di uccelli sconosciuti, segnali quasi visibili solo da chi è in volo, segnali; forme perfette circolari fatte di canne di fiume a stupire il paesaggio come un fiore meraviglioso, e al paesaggio ritornare accasciandosi di vecchiaia e implodendo. Vortici, tornadi e mulinelli che nascono precisi e sottili da terra e che irradiano sprizzando energia come disegni barocchi, ritorti nell'aria, come quello realizzato a Rimini per il Museo della Città. Anfore ancora, sparse sull'argine del fiume, nei campi o nei giardini; nidi sulle rovine e archeologie, trame sotto le arcate dei ponti, o sospese ed esplose in torri, grotte e bastioni. Tutti questi sono per me disegni e i rametti di cui sono composti funzionano come le linee che tracciamo sulla carta, funzionanti come primo orientamento e occupazione dello spazio immenso e infinito, una mappa. Poi, lentamente, si addensa e infittisce il reticolo, cresce, si ingrossa e inspessisce la trama come un ordito inestricabile, intrecciando andamenti e forze, calibrando e controllando tensioni interne, permettendo incastri e sovrapposizioni, funzionali e belle a vedersi come tessuti, tendini e muscoli. Un disegno effimero e precario, con l'aria e i venti che circolano dentro, e la luce anche che si infila nei buchetti e sfarfalla in scintille, rifrazioni e luccicanze, esagoni e prismi luminosi, e ci si può anche stare sotto come un tetto di capanna bambinesco, e sentire da lì le foglie muoversi e frusciare. L'equilibrio sempre, che è la sfida impossibile dell'uomo, la sua tensione verticale eretta, a vincere e contrastare la forza di gravità. Architettura animista. Albero. Infine, lo slittare, confondersi e imitarsi di queste materie, rami di ceramica perfetti e bianchi come ossa o legni scoloriti del sole, rami che fanno le ombre belle e si dispongono magicamente a triangolo rovesciato, quinta aerea il cui vertice sembra nascere da un grande piatto che è offerta e dono, ma anche ventre che accoglie e offre riparo. E da questo centro o punto di fuga densissimo l'aprirsi e dilatarsi, il crescere arboreo di rami e radici. La conquista dello spazio. Le due forze, una centrifuga e una centripeta sempre presenti, a bilanciarsi, a spostare di continuo e senza sosta il nostro punto di vista, ora concentrati su quella sorta di occhio del ciclone da cui sembra nascere o convergere tutto, ora persi a inseguire con gli occhi il ramificarsi ed esplodere della forma che si apre fino a diventare mondo, frammento indistinto, particella o granello di polvere trasportato lontano da ventosità e correnti. A dissolversi ancora. Il segno della mano lasciato nel paesaggio grazie a una scultura che molto spesso tende a confondersi o strizzare l'occhio all'architettura, prima traccia e impronta; e un paesaggio, o meglio un'idea di natura, che viceversa entra e trasforma gli spazi chiusi e le stanze irrorando linfa, sangue, respiro e vita. Una frattura drammatica tra noi e la natura che si cerca di sanare affidandosi all'intervento artistico, tentativo di restituzione e preghiera. Solitario e vitale. Quasi animista. É questo che avviene in questo nuovo progetto di Oscar e la grande foto che ci accoglie già in strada, una apacheta – un cumulo di sassi e pietre, rudimentale piramide - di Santa Maria nel nord-ovest dell'Argentina, funziona davvero come una sorta di portale che ci permette di accedere al racconto, guidando e accompagnando i nostri passi, introducendoci in un altro mondo, rispondente ad altre regole e tempi. Al centro della stanza un grande cerchio di terra copre il pavimento, terra umida che si asciugherà, crepando e disegnandosi nei giorni di spaccature e rughe a solcarla e attraversarla come paesaggio e landa. Al centro una pietra, quel sasso che i viaggiatori lasciano a testimonianza del loro passaggio, sul cumulo dell'apacheta, a creare una connessione con chi è stato lì prima di loro e con chi è ancora a venire. Passaggio silente e stratificato segreto di memorie, labile catena. Dalla pietra, leggermente rialzata dallo strato di terra, parte un elemento verticale, perpendicolare, un legno brunito e appuntito alle estremità, lievemente irregolare e perfetto al tempo stesso, scagliato dal cielo o lasciato magicamente dall'uomo, albero, scala, segno sospeso, simbolo, collegamento e connessione tra mondi che mi ha fatto pensare anche, impropriamente me ne rendo conto, al legno con cui Ulisse acceca il gigante Polifemo. Ma non ci sono armi qui, ma riti e canti, soste e attese contemplative (a dire il vero gli europei, spaventati da questi accumuli, costruzioni mute e misteriose, hanno a volte eretto al centro di esse una croce). L'effetto di questa installazione è di grande e precario equilibrio, un equilibrio incantato di forme e materiali, il maschile e il femminile, la verticale e l'orizzontale, il legno, la pietra e la terra (la lancia annerita dal fuoco ha la misura del raggio del cerchio tracciato a terra: ancora il disegno e la necessità di imporre ordine matematico alle cose). Lo spazio sconfinato e praticamente senza punti di riferimento, visto precedentemente nella fotografia, la costruzione dell'uomo unico approdo momentaneo, sono portati dentro alla galleria grazie a un artificio o capogiro, o slittamento, perché proprio grazie alla finzione dell'arte possiamo accedere a un altro luogo o dimensione, a misurare con altri parametri i nostri passi e gli sguardi. E, a sottolineare questo bisogno di un dialogo non superficiale, capace di innescare un movimento nello spettatore e favorire un incontro, ecco un lungo tavolo su cui sono disposte delle ciotole, manufatti molto semplici e primitivi, quasi il calco dell'incavo della mano dell'artista, ciotole impronte deformate ulteriormente da ripetute cotture a creare una variante casuale di forme e colori, fatta di irregolarità e imperfezioni. Sono offerte queste, non solo nel senso metaforico di un piatto o di un bicchiere o di un contenitore generico disposto su di un tavolo, che significa sempre comunione e condivisione, anche solo per un momento, ma lo sono anche concretamente perché Oscar ha previsto e chiede che questi manufatti possano essere presi dal visitatore e portati via con sé: in cambio di un qualsiasi altro oggetto lasciato al suo posto sul tavolo. Molte e complesse le implicazioni: l'interattività, parola che sembra stonare assai qui, il dono e lo scambio, un dialogo a distanza e tutto sommato imprevedibile, l'offerta che spiazza; e anche il cambiare fisicamente della scultura e sequenza delle cose sul tavolo, con il modificarsi degli oggetti e delle storie che questi oggetti trattengono con sé, e con le nuove storie che si potrebbero creare da queste nuove e imprevedibili relazioni tra le cose e i nomi disposti sul tavolo. Un desiderio d'infinito, dio delle piccole cose." - Massimiliano Fabbri

Oscar Dominguez nasce a Tucuman, in Argentina, nel 1970.
Dopo la formazione accademica si trasferisce nel 1999 a Faenza (Ra), dove vive e lavora.
Le sue sculture si arricchiscono della luce e del calore della terra, sono povere nei materiali ma sanno sprigionare forza ed energia, passione e vigore. Ogni opera racconta un percorso, una ricerca nella storia del mito, per giungere a raccontare dell’uomo, della natura, della vita in uno spazio assolutamente atemporale.
Tra le principali esposizioni e partecipazioni sono da segnalare: Biennale Internazionale del Cairo (Egitto, 2000), Biennale Internazionale del Cairo (Egitto, 2002), Rojo Tierra personale al Circolo degli Artisti (Faenza, 2003), Memoria del fuego a cura di J.Ruiz de Infante (Bagnacavallo, 2004), Donde pasa el rio personale (Palazzuolo sul Senio, 2005), Galleria Gagliardi personale (Toscana, 2006), Bocas del tiempo a cura di Claudia Casali (Brisighella, 2007), Demora a cura di Josune Ruiz de Infante (Castrocaro, 2009), Il silenzio del grano ex Circolo degli artisti (Faenza, 2010), Pedes in terra ad sidera visus a cura di Claudia Casali (Faenza, 2011), Los nacimientos Amerongen Castel (Olanda, 2011.), Fiera Contemporanea (Forlì, 2012-2017)