Vito Matera • Personale

21 ottobre 2017 - 19 novembre 2017

Il critico d’arte e giornalista Rai Raffaele Nigro così lo descrive: «L’immaginario poetico di Vito Matera fa i conti con le esperienze culturali e le figurazioni fantasiose del barocco meridionale di cifra colta. C’è in Matera il bisogno di costruire per sintesi successive un figurativo simbologico che racconti la sua provenienza etnica, la sua formazione intellettuale, oltre che le avventure quotidiane del conscio e dell’inconscio. Matera ha bisogno di proiettare le creature e le architetture naturali del paesaggio e gli oggetti della nostra contemporaneità in un tempo remoto, indecifrabile, un’età metastorica, una non-età, fino a creare ambienti e situazioni metafisici. Tuttavia questa di Matera non mi sembra una pittura di citazioni, soprattutto perché la seconda componente è il colore, un pastellato che sa di scrostature, di tempere e calce. L’allontanamento dai simboli ha prodotto un’ovvia consistenza della materia. Toccali se vuoi, questi quadri, hai una sensazione di bucciato rustico, sono muri di calce e gesso, i muri bianchi dei paesi di tufo».

Vito Matera nasce a Gravina in Puglia nell’agosto del 1944, studi classici e laurea in Filosofia, con una tesi in Estetica sui problemi dello spazio pittorico. La sua vicenda artistica parte da un mondo classico con il ciclo delle Deliadi, in cui prende le distanze dalla diffusa immagine di un Sud dolente e lacrimevole per recuperarne una identità fantastica e culturale.
Nel 1983, dopo un’esperienza che lo porta a esporre nei Balcani, aderisce al gruppo barese di “Fragile” con Angiuli, Dell’Aquila, Nigro e Riviello: nasce un dialogo virtuoso in cui si conferma la relazione programmatica con le matrici formali dell’immaginario mediterraneo e si consolida la sua affinità col mondo letterario.
Dal 1988 inizia una collaborazione mensile con “La Gazzetta Del Mezzogiorno” e con riviste di letteratura militante come “In/Oltre”, “Fogli di periferia”, “Puglia Emigrazione”, “Tarsia”, “Il Rosone”. In questa atmosfera si consolida la sua affinità col mondo letterario che gli consente nel 1995 un’incursione nella scenografia per il “Premio Ugo Betti”.
In un mondo prevalentemente orientato verso i poli dell’arte concettuale, urbanocentrica e tecnocratica, la sua ricerca prosegue in chiave antropologica stemperata da un linguaggio poetico e giocoso.