Marina Fabbri • Dalla Terra

2 ottobre 2021 - 31 ottobre 2021

La preziosità traslucida del raku, così come le sfumature del candore (momenti di luce catturata) di Marina Fabbri appartengono a un cerchio magico di esercizio e abbandono, dove la sapienza tecnica, dimenticata la necessità di costituire un oggetto utile, uno strumento, lascia che il proprio inconscio spirituale ne guidi le mani alla ricerca di forme libere e danzanti.

Anche le gabbie, perciò, costituiscono la metafora di questo desiderato dissolvimento dei legami: non scatole in cui intrappolare forme, non strutture architettoniche che possano guidare intellettualmente o fisicamente il lavoro, ma metafore di un elevarsi dell’immaginazione e del pensiero.

Fabbri opera in una città di segrete creatrici della figura femminile: la Rimini adriatica e collinare dove sono nate le madri e le figlie d’impeccabile classicismo novecentesco di Angela Micheli, o le donne oranti ed estatiche di Paola Ceccarelli.
Marina, piuttosto, espone il gesto stesso del plasmare: strutture, vesti, volti si manifestano con le complesse crepe del loro parto, della loro sofisticata cottura, della peculiare alchimia per cui ogni ceramista custodisce i suoi incomunicabili arcani del mestiere, non perché celati, ma perché non trasmissibili in parole e concetti.

In ogni crepa una segreta sofferenza dissimula una liberazione riuscita. Una sola tra le tante figure sembra dominare infine il suo lavoro: una spirale cardiaca che si avvita verso il cielo, un attorcigliarsi verso un raggio invisibile. È un’allusione all’ulteriore possibilità di contemplazioni inattese, di nuove meditazioni e al gusto necessario per l’imprevedibilità.